Riceviamo da amici del CoNISMa i primi contributi alla Memoria della Prof.ssa Monica Montefalcone. Probabilmente ne seguiranno altri che continueremo a pubblicare perché molti ricercatori del CoNISMa hanno un ricordo, un episodio, un pensiero per Monica, ma soprattutto una passione condivisa: la ricerca in mare. E’ possibile anche che non riceveremo altri contributi scritti e non ci stupiremo, perché per tutti, Monica è come sempre in mare a fare ricerca e ci piace pensarla così, nel suo habitat naturale.
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Il ricordo di Carlo Nike Bianchi e Carla Morri
“Abbiamo conosciuto Monica nel 2003. Lei all’epoca fruiva di una borsa di studio ICRAM (oggi ISPRA) e ci disse che si era laureata con una tesi sulla prateria di Posidonia oceanica di Sanremo, e che si era molto servita delle nostre pubblicazioni sull’argomento. Fu così che nacque una collaborazione che si è protratta fino al 14 maggio 2026, quando Monica ha trovato la morte in un incidente subacqueo alle Maldive, insieme a sua figlia Giorgia Sommacal, ai suoi collaboratori Muriel Oddenino e Federico Gualtieri, e alla guida subacquea Gianluca Benedetti.
Da Milano, dove era nata il 27 dicembre 1974, Monica si era voluta trasferire a Genova, dove fece il suo Dottorato in Scienze Ambientali Marine approfondendo e completando le sue ricerche sulle posidonie liguri. Già nel corso del dottorato pubblicò diversi lavori su importanti riviste scientifiche, ampiamente citati dalla comunità scientifica internazionale.
Negli anni successivi, grazie ad una serie di assegni di ricerca, Monica ha allargato i suoi interessi di ricerca a diversi habitat marini costieri: oltre che di fanerogame marine, si è occupata di scogliere rocciose, di coralligeno, di grotte sommerse e di scogliere tropicali, sempre pubblicando i suoi risultati ad altissimo livello. Diventata Professore Associato presso la Scuola di Scienze dell’ateneo genovese, ha coperto gli insegnamenti fondamentali di Ecologia per il triennio e di Ecologia del Paesaggio Marino per la magistrale, e gli insegnamenti opzionali di Ecologia Marina Tropicale e di Scienza Subacquea. La sua passione per la ricerca e la didattica la faceva molto amare dagli studenti, che lei contagiava col suo entusiasmo: le aule delle sue lezioni erano sempre affollate ed erano in molti a fare la fila per chiederle la tesi. Aveva saputo raccogliere intorno a sé un gruppo di giovani ricercatrici e ricercatori appassionati e fattivi, che l’hanno aiutata a portare avanti ricerche importanti e a conseguire risultati innovativi.
Monica possedeva un notevole carisma, che la faceva apprezzare non solo dalla comunità scientifica nazionale e internazionale, ma anche dal grande pubblico. Si è infatti molto dedicata anche alla divulgazione, comparendo spesso in televisione per parlare del mare e dell’importanza del suo studio. Molta della sua attività scientifica si dedicava alla tutela del mare e alla conservazione della biodiversità sia del Mediterraneo sia delle scogliere coralline maldiviane. In Maldive, coordinava le Crociere Scientifiche che si svolgevano annualmente e che spesso vedevano la partecipazione, accanto al suo team e ad altri ricercatori, anche di appassionati che svolgevano attività di citizen science adottando i protocolli internazionali Reef Check. Sia in Mediterraneo sia alle Maldive, portava avanti serie storiche pluriennali di dati che le hanno permesso di documentare i cambiamenti recenti legati al riscaldamento climatico e agli impatti antropici diffusi, ma le hanno anche consentito di dimostrare che gli ecosistemi all’interno di aree marine protette mostrano incoraggianti segnali di ricupero.
Monica ha partecipato, spesso con funzioni di coordinamento, a molti progetti di ricerca, tra cui il MERR (Marine Ecosystem Restoration) GhostNets, l’Interreg-marittimo TALASSA, il PNRR MER A16-A18, il programma Mare Caldo, e l’iniziativa AMPpower (Marine Protected Areas Empowerment), che la vedevano impegnata in attività di
riforestazione delle praterie di Posidonia oceanica, nel monitoraggio degli effetti del riscaldamento globale sugli ecosistemi marini e nella mappatura degli habitat costieri. Collaborava attivamente con associazioni protezionistiche come Greenpeace e Marevivo.
Era Presidente del Comitato Scientifico Benthos della Società Italiana di Biologia Marina, faceva parte della Species Survival Commission dell’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura, ed era inserita nei programmi delle Nazioni Unite dedicati allo stato degli ecosistemi marini. In particolare, era membro del Pool of Experts delle Nazioni Unite per il processo globale di valutazione dello stato dell’ambiente marino e collaborava regolarmente con il Centro di Attività Regionale delle Nazioni Unite dedicato alla protezione del Mediterraneo. Ha ricevuto riconoscimenti importanti come il Premio Atlantide e il Tridente d’Oro dell’Accademia Internazionale di Scienze e Tecniche Subacquee.
In poco più di vent’anni, Monica ha pubblicato 288 lavori, la stragrande maggioranza dei quali su riviste internazionali con Impact Factor elevato; altri sono ancora in stampa o in revisione. L’ultimo suo lavoro, pubblicato su Advances in Marine Biology, è uscito il giorno stesso della sua scomparsa: Monica non ha potuto vederlo finito”.
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Il ricordo di Carlo Cerrano
A Monica
Da ieri, 14 maggio, nella testa c’è spazio solo per pochi pensieri. Ci sono notizie che arrivano senza trovare un posto possibile dentro di noi. Quando arrivano restano sospese, come qualcosa che la mente rifiuta di accogliere, perché sembrano contraddire il senso stesso di una vita. La scomparsa di Monica Montefalcone è una di queste notizie. Dolorosa, improvvisa, difficile da dire.
Conoscevo Monica da molti anni. Anche io arrivo dalla scuola genovese, da quella tradizione di biologia marina fatta di mare vissuto, di immersioni, di osservazione diretta, di rigore scientifico e di passione concreta per gli ecosistemi sommersi. Una scuola in cui il mare non è mai stato solo un oggetto di studio, ma un luogo da frequentare, da ascoltare, da capire entrando in relazione con lui. Monica veniva da lì, da quella stessa radice, e ne portava con sé una parte profonda: la serietà del metodo, certo, ma anche quella curiosità viva che rende un ricercatore qualcosa di diverso da un semplice raccoglitore di dati.
Perché chi fa davvero questo mestiere lo sa: alla base della ricerca non c’è solo la competenza. C’è un bisogno. Il bisogno di vedere, di capire, di andare oltre la superficie delle cose. C’è l’esigenza di esplorare, di farsi domande, di tornare ancora una volta sott’acqua per osservare meglio, per riconoscere un dettaglio, per dare un nome a una forma di vita, per cogliere una relazione invisibile. È una forma di inquietudine buona, una tensione verso la conoscenza che accompagna chi ha scelto il mare come spazio di lavoro e di vita.
In Monica questa tensione era evidente. Non era una curiosità consumata dall’abitudine, non era diventata mestiere nel senso più stanco del termine. Era rimasta accesa. Lo si percepiva nel modo in cui parlava del mare, delle sue praterie di Posidonia oceanica, dei reef tropicali, dei luoghi studiati, delle immersioni, dei percorsi di ricerca, degli studenti. In lei la scienza non aveva cancellato lo stupore; lo aveva reso più profondo.
Ricordo con particolare intensità la recente premiazione del Tridente d’Oro dell’Accademia Internazionale di Scienze e Tecniche Subacquee di Ustica. Ero lì con lei, in un momento importante, pubblico, solenne, ma anche molto umano. Tra il pubblico c’erano i suoi maestri, anche loro Tridenti d’Oro, le persone che avevano accompagnato e orientato il suo cammino scientifico. In quell’occasione Monica riavvolse il nastro del proprio percorso. Tornò indietro, fino ai momenti iniziali, a quei ricordi di bambina in cui qualcosa si era acceso davanti al mare. Parlò delle origini della sua passione, di quel primo stupore che non è solo emozione infantile, ma spesso la scintilla più autentica di una vocazione.
Ascoltarla in quel momento significava capire quanto la sua storia scientifica fosse legata a una fedeltà. Fedeltà a quella bambina che aveva guardato il mare con meraviglia. Fedeltà alla giovane ricercatrice che aveva scelto di studiarlo. Fedeltà alla donna e alla scienziata che, anno dopo anno, aveva trasformato quella meraviglia in conoscenza, impegno, insegnamento, responsabilità.
Credo che questo sia uno degli aspetti più affascinanti, e forse più difficili da spiegare, del nostro mestiere di biologi marini. Lavoriamo con la bellezza, la incontriamo dentro la fatica, dentro il metodo, dentro la complessità degli ecosistemi, dentro la fragilità crescente del mare che studiamo. La bellezza non è un ornamento del nostro lavoro: è spesso ciò che ci chiama, ciò che ci spinge a restare, ciò che ci obbliga a prendercene cura. Quando si è consapevoli di questo, si vive dentro a una bolla di gratitudine profonda. Monica questo lo sapeva bene.
Oggi il dolore rischia di occupare tutto lo spazio. È naturale che sia così. Ci sono domande che ci accompagneranno, e risposte che forse non arriveranno. Ma quelle domande, qualunque forma
prenderanno, non potranno cambiare ciò che Monica è stata, né il senso del suo percorso. Resterà il ricordo di una ricercatrice che ha dedicato la propria vita al mare con intelligenza, passione e coerenza. Non potranno spegnere l’immagine di quella curiosità che l’ha guidata, né cancellare ciò che ha trasmesso a colleghi, studenti, amici, maestri e compagni di strada.
Deve restare Monica che racconta il suo cammino davanti a chi l’aveva vista crescere. Deve restare la sua appartenenza a una comunità scientifica che nel mare ha trovato non solo un campo di ricerca, ma una ragione di vita. Deve restare la sua capacità di stupirsi, quella capacità rara che molti perdono e che in lei invece non si era mai spenta. Deve restare l’idea che esplorare non è cercare il rischio, ma rispondere a una chiamata profonda della conoscenza. Deve restare il senso pieno e luminoso di una vita dedicata a capire il mare, e attraverso il mare a difendere una parte essenziale del mondo.
Chi ha avuto il privilegio di conoscerla porterà con sé immagini, parole, momenti. Io porterò anche quel giorno, quel racconto, quel nastro riavvolto fino all’inizio, fino alla bambina che aveva incontrato il mare e non aveva più smesso di seguirlo.
Quello stupore non si è spento. E non si spegnerà.
Carlo Cerrano. Professore Ordinario presso l’Università Politecnica delle Marche. Tridente d’Oro 2020



